«Presto, presto Ughino, ci siamo!», urlò Clara dal balcone sotto il cielo plumbeo di una sporca giornata di settembre.

La vocetta stridula e un po’ afona riecheggiò nel cupo cortiletto, stretto tra i palazzoni scrostati di via del Calvario 181. Ugo allungò il collo per scorgere la sua dolce metà e drizzare le orecchie, spuntando da dietro il cofano aperto del suo adorato SUV Dacia color giallo canarino.

«Come dici Claretta?»

«Mi si sono rotte le acque!»

Ugo chiuse di forza il cofano e corse per le scale di gran carriera per raggiungere la mogliettina, non prima di aver buttato un occhio ai suoi lucidi cerchioni in carbonio modello “pappone”.

«Ti senti bene cuoricino?», le chiese eccitato Ugo aprendole la portiera, e buttando distrattamente sul sedile di dietro il borsone del calcetto che aveva dimenticato sul posto di fianco alla guida.

«Su, Ughino, non fare domande sciocche e corri più veloce del vento.»

«Non posso crederci che presto diventerò papà! Il mio maschietto sarà forte e robusto, proprio come me!», esclamò imboccando la tangenziale che portava dritti all’ospedale.

«Spero che almeno prenda l’intelligenza della mamma.»

«Pensa se prendesse quella del papà, non ci sarebbe storia per nessuno!», ribattè Ugo, convinto, mentre Clara scuoteva la testa tenendo ben strette le mani sul basso ventre come se queste potessero impedire alla natura di fare il suo corso. Fissando la striscia di asfalto lucido Ugo mollò il volante per indossare un paio di occhiali da sole a goccia che acciuffò dal cruscotto sopra le ginocchia della compagna.

«Occhio alla strada», starnazzò Clara gesticolando.

« Stai bona Claretta, che qui c’hai Schumacher alla guida»

«Sì, bello lui che sbanda come un autoarticolato. Piuttosto hai caricato la roba nel portabagagli?»

«Madonnina! La roba! Perdonami Claretta, te la recupero più tardi.»

«Sei davvero una bella bestia tu, che ti avevo detto?»

«Lo sai che non mi fido a lasciare roba di valore in macchina, c’è sempre brutta gente che gira in cortile da qualche tempo.»

«Mah! E che è sta novità? Quale brutta gente?»

«L’hai visto il forestiero? Quello nuovo che viene a tagliare le siepi?»

«Ma chi?»

«Ma sì, come si chiama… Bumba qualcosa.»

«Bamba! Non sapevo fosse il giardiniere…»

«Sì, chiamalo giardiniere al macaco. Certo che sei la solita ingenua.»

«Ma va? E perché mai?»

«Il negro taglia davvero le frasche secondo te?»

«E che ne sono io! A me pare un ragazzo a posto. L’altro giorno l’ho visto portar su i panni alla povera Maria che c’ha i suoi anni e sta sempre sola.»

«E certo, poi magari gli avrà ripulito casa alla povera vecchia.»

«Ma quando mai?»

«Aspetta un po’ e vedrai. É sempre un negro.»

«E allora?»

«Quello spaccia, te lo dico io.»

«Tu e le tue strane idee. Ma chi ti mette certe cose in testa?»

«I miei amici del bar Calypso lo vedono spesso chiacchierare fitto fitto con i ragazzi del quartiere»

«Andiamo bene! Quale dei tuoi amici? L’ alcolizzato o il ricettatore?»

«Shhhh! Non dire ‘ste cose ad alta voce, potrebbero essere in ascolto.»

«Ma chi, santiddio!»

«Gli sbirri, porcodemonio!»

«Ma siamo in macchina e siamo soli!»

«…Dagli smartphone, ci spiano di lì. È una app segretissima acquistata dai cinesi ed installata a nostra insaputa su tutti i telefoni»

«Oh Gesù, Giuseppe e Maria!»

«Non nominare invano il nome dei santi, soprattutto ora che darai alla luce nostro figlio», sbottò irritato Ugo facendosi il segno della croce.

«Ma quali santi, Ughino! Facebook e i tuoi amici stinchidisanto ti stanno mandando in pappa il cervello.»

«Loro sono brava gente, gente onesta che lavora; non come quel negro lì. Fora da i bal!»

«Ma lascia stare il Bamba, che è uno a posto.»

«E tu che ne sai? Da quanto parteggi per i negri?»

Clara esitò un attimo e con voce sommessa rispose:«Io non parteggio per nessuno!»

«Ma io ti ho capito sai?»

«Cosa?», esclamò trasalendo la donna.

«Per via di quella tua parentela scomoda…»

«E ora di che accidenti parli?»

«Ma sì, tuo nonno Salvo… è un mezzo africano pure lui»

«Calabrese, Ugo, calabrese!»

«È la stessa cosa, Claretta. Ma tu non preoccuparti. Sei meneghina da due

generazioni ed hai sposato un meneghino. Ritieniti una donna fortunata,

fortunatissima!»

«Corri, Ughino, corri. Spinge come un dannato.»

L’uomo diede gas e svoltò in direzione “ospedale” senza mettere la freccia. Giunto al nosocomio mollò l’auto sul posteggio dei disabili, corse fuori dal mezzo ed afferrò Clara per le braccia nel tentativo di tirarla fuori dall’abitacolo.

«Piano, Ughino, piano. Non sono un sono un sacco di patate»

«Perdonami cioccolatino, sarò più delicato»

I due si involarono al sesto piano del grande edificio grigio topo che a quell’ora del pomeriggio, con le sue luci accese sparse per i piani, pareva quasi la brutta copia in calcestruzzo di un cielo stellato in versione mignon.

«Mollami!», urlò Clara all’ingresso del reparto pediatrico, in piena isteria pre-parto, rivolto ad Ugo che continuava a tenerla per un braccio.

«Dottore, mia moglie sta per partorire», esclamò allarmato alla prima persona in camice bianco che incontrò per i corridoi.

«Non si preoccupi, ora ce ne occuperemo noi», lo rassicurò quello.

Clara fu scortata in sala travaglio e, subito dopo, condotta in sala parto trascinata su un cigolante letto da ricovero tra i mugugni soffocati della donna, che fino all’ultimo cercava di mantenere un contegno; tuttavia, il viso contratto dal dolore tradiva un aria arcigna stile gargoyle che Clara tirava fuori nei momenti di iracondia, come quando Ugo sbriciolava le patatine sul tappeto di casa appena aspirato.

«Vuole assistere al parto, signore?», chiese il dottore rivolto ad Ugo che nel frattempo si era accomodato in sala d’aspetto.

«Per carità, dottore! Sono impressionabile», rispose l’uomo scuotendo convulsamente il palmo della mano.

L’attesa si fece spasmodica, ma il momento arrivò prima di quanto ci si aspettasse. Una giovane infermiera occhialuta si affacciò nella sala d’aspetto dove ad attendere c’era solo Ugo. La donna si piantò sull’uscio della sala, scrutando ogni angolo in cerca di qualcuno.

«Infermiera, allora?»

«Sto cercando il compagno della signora Clara.»

«Sta scherzando? Chi crede che io sia?»

«Lei? Il papà del bimbo?»

«Vede qualcun’ altro in sala?», rimbrottò impaziente Ugo.

«Ora basta! Mi faccia passare.»

Ugo scostò la ragazza allungando il suo braccione tatuato ed a passi lunghi entrò nella sala parto. Ad attenderli tutto lo staff medico. Il dottore, un uomo attempato dall’aria di chi ne ha viste tante, lo accolse con un sorriso.

«Venga, venga, Ughino», scherzò il professionista.

Clara, stravolta dalla grande impresa, teneva in braccio un batuffolo avvolto in una candida copertina. Ugo si sporse, baciò sulla fronte la sua mogliettina e scostò il lenzuolo per vedere finalmente il nascituro; un pargolo pasciuto ed in salute dalla bellissima pelle d’ebano.

Ugo si tirò subito indietro, sgomento. Il dottore gli si accostò, e dopo avergli dato una vigorosa pacca sulla spalla, esclamò: «Auguri, paparino!»

«Ah! Te lo dicevo io, Claretta, che tuo nonno è mezzo africano. Ecco che regalo ci ha fatto. Ora come lo spiego agli amici del bar Calypso?»