Figli dello stesso cielo

Don Savino entrò trafelato in sacrestia. Ansimava per la corsa ed il gran caldo, mentre si asciugava la fronte con il lungo canovaccio con il quale di solito spolverava suppellettili.

«Don Savino, suvvia, mettete via quello straccio, non siete mica un candelabro!», disse il vescovo mentre indossava la berretta.

«Eccellenza stanno arrivando», rispose il prete, incurante dell’osservazione del superiore.

«Calma, calma. Non è il caso di agitarsi. Andrà tutto bene. Ricordate a voi stessi che siamo tutti figli dello stesso cielo»

«Avete ragione eccellenza, e che attendevamo questa visita da molto. Il cardinal Rigoni ha insistito che fossi io a coordinare l’incontro; ora temo di non esserne all’altezza. Avrò dimenticato qualcosa?»

«A me pare che vi siate adoperato egregiamente, Don Savino. La chiesa risplende come mai prima d’ora. La perpetua ha eseguito alla lettera le vostre richieste, ripulendo da cima a fondo la casa di Dio»

«Sì. Ha fatto davvero un ottimo lavoro; è stata sveglia tutta la notte, cosi le ho accordato un’assoluzione sulla parola, questa settimana»

«Vedete di cosa siete capace? L’Imam rimarrà stupito dall’accoglienza riservatagli. Ricordatevi che è uomo di grande tolleranza, come noi del resto», aggiunse il vescovo voltandosi verso lo specchio.

Il prelato finì di appuntarsi il crocefisso accennando qualche smorfia; era convinto di essere rimasto solo. Ma il riflesso di Don Savino, che lo osservava perplesso, lo fece sobbalzare. «Ehm… padre, chiamate pure a raccolta il sagrestano. Vorrei che vi faceste trovare sul sagrato per accogliere i nostri fratelli musulmani come meritano»

Don Savino annuì, precipitandosi all’ingresso della chiesa. L’Imam si presentò puntuale, accompagnato da un gruppetto di fedeli.

«Siamo lieti che abbia accettato il nostro invito, Imam Mohamed. La nostra casa è la sua casa; siamo tutti figli dello stesso cielo», proclamò solenne il prete sotto il sole di mezzodì.

«È per me un onore, padre, farvi visita nel tempio del vostro Dio»

«Vorrà dire di Dio»

«Certamente; come dite voi: “siamo tutti figli dello stesso cielo”», ribadì il religioso, raggelato dallo sguardo dei suoi fedeli.

«…o di Allah», si affrettò ad aggiungere.

Don Savino ed il sagrestano si guardarono sospirando. Il prete, con un cenno, fece strada ai fedeli introducendoli nel grande tempio romanico. L’edificio risplendeva di una luce accecante che filtrava dall’immenso rosone centrale. Il vescovo attendeva il gruppetto proprio sotto l’altare. Con studiata precisione, si era piazzato al centro della navata, a braccia aperte, in modo da proiettare la sua ombra lungo tutta il camminamento. Il sagrestano si avvicinò al prete e sussurrò: «Padre, ma cosa fa lì impalato il vescovo?». Don Savino rimase in silenzio, accigliato. La scena aveva assunto connotati di grottesca ilarità.

«Imam Mohamed,» esordì il prelato, con voce cavernosa «attendavamo con ansia il suo arrivo. La nostra diocesi desidera prepotentemente dialogare con la folta comunità islamica e la sua rappresentanza religiosa. Ma venga, sono impaziente di mostrarle i nostri tesori.»

Il gruppetto dei fedeli si fece fitto seguendo, come un branco di pesci, la propria guida.

«Trovo questo edificio splendido e di grande spiritualità. Le sue pareti spoglie, la sua semplicità, mi ricordano moltissimo la grande moschea di Algeri», ammise l’Imam.

«Quello che vede è il risultato di secoli di spogliazioni. In origine gli interni di questa chiesa erano ricoperti di magnifici affreschi, segno della grandezza e della Gloria di Dio», replicò il vescovo.

«Peccato», ribatté l’Imam, deluso. «Noi musulmani siamo iconoclasti per definizione. Allah non ama che buffe rappresentazioni distraggano il fedele dal rapporto diretto con l’Immenso»

«”Buffe” dice lei», commentò piccato il vescovo.

«Ma in fondo che importa come ci si approccia a Dio», intervenne tempestivo Don Savino «Siamo tutti figli dello stesso cielo», concluse il prete che aveva coronato la sua chiosa con un occhiolino di bonaria complicità.

«Non mi ero mai accorto che del suo tic, Don Savino», lo canzonò il vescovo e poi aggiunse, rivolto all’Imam:

«Ho la sensazione che questa visita sarà molto istruttiva per le nostre rispettive comunità». Intanto il prete continuava a grondare sudore, mentre si affannava a seguire il dialogo tra i due religiosi, «Ah! Eccola qua! Questa è la statua del mio santo preferito, San Ludovico! Guardi che splendore Imam. Anche se siete un iconoclasta, ammetterete che è di eccellente fattura. Una scultura lignea del XIV secolo, ancora in ottime condizioni», disse il prelato mostrando il manufatto collocato in una nicchia. Don Savino riuscì a piazzarsi alle spalle del vescovo, sperando di attirare la sua attenzione. Il sagrestano seguì come un’ombra il prete, gli si accostò ancora all’orecchio e sussurrò: «Padre, non mi pare codesto il santo da vantare di fronte ad un drappello di musulmani». Don Savino si voltò verso il sagrestano ed annuì, disperato; ed infatti uno dei fedeli stava già informando l’Imam di qualcosa che fece sobbalzare il religioso. «La statua sarà anche di buona fattura, ma pare che il vostro San Ludovico fosse un massacratore di musulmani!», sbottò la guida.

«Ma no… Il buon Ludovico fu re di Francia e, come ogni buon cristiano, aveva accolto la chiamata del Papa per difendere la cristianità. Avrà certo avuto qualche scaramuccia con turchi e saraceni, ma nulla di memorabile.», si difese il prelato.

«Sì, ma pur sempre musulmani!»

«Altri tempi Imam, altri tempi», tagliò corto il vescovo.

Don Savino aveva la tachicardia e cercava di calmarsi mormorando tra sé “siamo tutti figli dello stesso cielo”. «Certo, però che tra il dire e il fare…», ed il demonio aveva cominciato ad incrinare le certezze da devoto uomo di chiesa. Ma dove non arriva il buon senso, riesce lo stomaco. La perpetua si presentò per comunicare solenne che il rinfresco era pronto e che potevano accomodarsi nel chiostro accanto. Subito i volti dei fedeli e quello dell’Imam tornarono distesi. Grandi sorrisi, pacche sulle spalle ed il prelato, in un batter di ciglio, aveva condotto il drappello dinanzi ad un magnifico banchetto. Tutta quella tensione aveva certamente allargato lo stomaco degli ospiti, che non si fecero pregare. Verdura fresca, formaggi di ogni sorta, bruschette e… panini con la mortadella!

«Eminenza, la mortadella… Forse non era il caso…», mormorò Don Savino al vescovo.

«Forse, però è veramente profumata», rispose il prelato staccando un morso ad una rosetta imbottita.

«Ma non temete, ho tenuto i panini in un angolo. Questo basterà ad evitare problemi».

Poco dopo il sagrestano si avvicinò al prete, paonazzo: «Padre, l’ Imam ha appena addentato una rosetta».

Don Savino non fece in tempo a replicare che quello era già corso dal vescovo.

«Devo ammettere che questo panino è delizioso, eccellenza». Il vescovo non riuscì a trattenere un sorriso.

«Mi fa piacere che la diverte, eccellenza», aggiunse l’ Imam, ignaro.

«E a me fa piacere che apprezziate il maiale», scappò al prelato. La battuta fu udita dai fedeli e nella sala cadde il gelo.

«Eccellenza! Questo è troppo! Offrire del maiale a dei musulmani non è esattamente il modo migliore di aprire un dialogo interreligioso»

«Mi perdoni, Imam, ma quei panini erano stati accuratamente tenuti in disparte per evitare che fossero acciuffati dagli ospiti»

«E lei chiama “tenere in disparte” posizionare i sui manicaretti su un tavolino in bella vista?»

«Non perda le staffe, Imam. Avrebbe potuto chiederne il contenuto prima di azzannarlo. E poi non mi pare che abbia disprezzato»

«La solita ipocrisia ecclesiastica. Voi cristiani non conoscete il rispetto ed ignorate la volontà di Allah, unico Dio»

«A si? È questo quello che pensate? Cosi Allah sarebbe il vero unico Dio! Allora, di grazia, qual è lo scopo di questo incontro? Mangiare a sbafo?»

Il bercio baritonale del vescovo rimbombò nel chiostro come mille tuoni. Il drappello dei musulmani si strinse alla sua guida spirituale per dargli manforte.

«Voi, con queste orribili barbe, entrate nel tempio di Dio ed insultate le abitudini dei suoi fedeli con una boria che non ha eguali», continuò.

«E voi che vantate di prediligere un santo massacratore di musulmani, con che coraggio biasimate la nostra confessione?»

«Puah! Pensavo di avere a che fare con devoti tolleranti, invece mi rendo conto di essere al cospetto di talebani senza scimitarra!»

«E noi dinanzi ad un crociato senza spada!»

«Io vado fiero della mia croce!»

«E allora vi ci salga!»

Nel tentativo maldestro di allargare le braccia, il vescovo rovesciò la coppa di vino sul volto del povero Imam. La truppa di fedeli intervenne a difesa del religioso, cercando di fare scudo. Qualcuno aveva afferrato un tovagliolo, tamponando la barba dell’Imam per ripulirla dal liquido sacrilego. Anche la perpetua, che fino a quel momento si era limitata a mescere l’acqua era accorsa, scopa in mano, per difendere i valori della cristianità.

Don Savino, invece, rimase pietrificato.

«Mandate via questi barbari!», urlò il vescovo abbandonando il chiostro. Il parroco allargò le braccia, rivolto agli ospiti.

L’Imam era rimasto senza parole. La collera aveva ammutolito perfino l’uomo che aveva fatto della parola di Allah la sua unica ragione di vita. Spinse in avanti le braccia per farsi largo tra i fedeli raccolti intorno a lui e con fare minaccioso si parò d’avanti al parroco: «Padre, questa vostra idea è stata davvero malsana. Ma ingannarmi in un momento come il pranzo, in cui tutti dovrebbero fraternizzare, è stato davvero diabolico. Sappiate che preparerò quanto prima una missiva da spedire al cardinal Rigoni e non saranno certo parole di pace quelle che leggerà», chiosò a muso duro.

«Imam…»

«E ora abbiate la decenza di indicarmi l’uscita!»

Affranto, il parroco accompagnò il gruppetto all’ingresso della chiesa nel più totale silenzio. I fedeli ciondolarono giù per il sagrato lanciando equivoci sguardi di biasimo, e di lì a poco si dispersero tra le case appresso con un andatura da marcia funebre. Don Savino crollò sulla scalinata e cominciò a piangere. Il sagrestano, che era accorso poco dopo per chiudere la porta, ebbe un moto di pietà e gli si accostò «Padre, è stata certo un’occasione persa, ma non è colpa vostra»

«Di cosa parli? Avevo io la responsabilità di questo incontro. Ed è tutto andato storto. Non sono un buon prete e non sono nemmeno un buon cristiano»

«Su, Don Savino, non dite corbellerie. Avete fatto tutto quello che era in vostro potere»

«Certo! Ma come spiegherò al cardinale il triste epilogo?»

«Ma come? Non lo avete ancora capito? ditegli solo la verità»

«Ma quale verità?»

«Quella che andate ripetendo da ore! Ditegli che siamo tutti figli dello stesso cielo, vedrete che capirà.»

Fine

Please Login to comment
  Subscribe  
Notificami