Dintorni di Roma, 12 febbraio 2098 – 15 minuti all’Estrema Unzione.

L’auto si era fermata nel quartiere abbandonato indicato dall’intelligence vaticana. Caio chiuse lo sportello e passò la borsa a Gregorio: «Tienila tu».

«Troppo gentile» disse il diacono più giovane issandola su una spalla.

La mattinata era fredda. Le nuvole coprivano ancora il cielo dopo l’acquazzone; la luce dall’alba faticava a dare colore ai palazzi deserti.

Don Giona camminava seguito dai tre diaconi suoi aiutanti.

«Come fanno ad oscurare il segnale dei dispositivi?» chiese Gregorio.

«Hanno i loro sistemi» rispose Caio. «Una volta arrivavano a disfarsene, pur di non farsi trovare.»

«Davvero?»

«Certo, cazzo.»

«E poi? Che facevano senza?»

Don Giona si voltò verso Gregorio: «Sopravvivevano» disse. «Ora abbassa la voce: non voglio che ci sentano».

«Mi scusi.»

Camminavano lentamente tra i negozi svuotati e i vetri rotti. Don Giona, di tanto in tanto, si fermava, alzava il mento e chiudeva gli occhi. Nessun rumore oltre al fruscio delle foglie mosse dal vento.

«Di solito li trovate?» chiese Gregorio a Caio abbassando la voce.

«Sempre.»

«Anche senza rintracciare i loro dispositivi?»

«Don Giona, Gregorio chiede se li troveremo.»

Il sacerdote sorrise e si avvicinò al giovane diacono.

«Non ti sei chiesto perché ho atteso una giornata come questa?»

«Non ci ho fatto caso.»

«Dopo un’abbondante pioggia gli odori si sentono meglio. Ognuno ha i suoi sistemi: io ho un buon naso. Proseguiamo.»

Arturo tirò fuori un pacchetto dalla giacca, sfilò una sigaretta e sollevò un accendino dorato, ma Giona glielo strappò di mano.

«Immagina, Gregorio», disse il prete guardando Arturo con biasimo palese, «di dover organizzare un rifugio per una cinquantina di persone. Dopo aver trovato un tetto, quale sarà il primo problema da risolvere?»

«Il cibo?»

«No.»

«I letti?»

«Una latrina», disse Caio, poi aggiunse: «Anche gli stronzi devono fare gli stronzi».

Ridacchiarono della battuta, poi Don Giona riprese:

«È per questo che non si fuma quando siamo in missione, Arturo. Non voglio che il tuo fumo copra gli odori.»

«Mi scusi, Don Giona. L’avevo dimenticato.»

Il gruppo proseguì camminando per il quartiere, finché avvertirono ciò che stavano cercando. Giona si fermò e annusò l’odore nell’aria, poi si rivolse di nuovo a Gregorio che necessitava di qualche indicazione, trattandosi della sua prima missione.

«La senti?» gli chiese.

«Intende questa puzza? È terribile», confermò il ragazzo tenendosi il naso.

«Non è pesce o frutta marcia né immondizia o puzza di cadavere» spiegò Giona. «Questo è odore di deiezioni umane».

«Sono vicini», disse Caio cominciando a mangiarsi le unghie. «Ci hanno detto che dovrebbero essere una quarantina. Cerchiamo un posto grande.»

Arturo allungò un dito oltre il tetto di un vecchio discount abbandonato.

«Che ne dite di quella?»

Un campanile svettava sopra gli altri edifici del quartiere. Giona rise.

«Molto appropriato.»

Città del Vaticano – due giorni dopo l’Estrema Unzione

Il commissario aspettava in piedi fuori dell’ufficio del cardinale. Erano molti i colleghi che gli avevano consigliato di lasciar perdere, che non era saggio mettersi contro il Vaticano, ma questa volta era troppo per chiudere un occhio.

Un giovane prete gli si fece incontro sorridendo.

«Prego, commissario. Il cardinale la può ricevere ora.»

Il poliziotto entrò nella sala con espressione grave. Percorse l’intera lunghezza della sala ignorando il saluto del prelato e, raggiunta la scrivania, si fermò fissando il cardinale negli occhi.

«È così che gestite le crisi in Vaticano, eccellenza?»

Il cardinale spostò indietro la sedia con espressione sorpresa, poi si schiarì la voce e si alzò in piedi.

«Commissario Leone, sarà che non so di cosa sta parlando, ma non mi spiego la sua irruenza.»

«Non lo sa? Ottavo comandamento: non mentire!»

Il prelato sorrise.

«Mi compiaccio che non abbia dimenticato il catechismo, commissario. Ciò nonostante non so di cosa sta parlando. Mi hanno avvisato della sua visita, ma non del motivo.»

«Glielo mostro subito.»

Il poliziotto toccò il dispositivo personale al polso e visualizzò lo schermo virtuale sulla retina. Sfogliò le cartelle con rapidi movimenti delle dita e, quando trovò le immagini, le proiettò su un ologramma davanti al cardinal Galli che inorridì.

«Oh, per carità!»

«Trentasei corpi. Tutti morti l’altro ieri mattina. Ne ha sentito parlare?»

«No. Avrei dovuto?»

«E me lo chiede? Non ne ha sentito parlare perché nessuno ne ha dato notizia! E io credo che siate stati voi a mettere tutto a tacere.»

«Io?»

«Il Vaticano. Certo, lei. C’è anche un sacerdote nel mucchio.»

Il cardinale rimase un momento pensieroso, poi annuì.

«Certo, ora capisco di che parliamo. Non avevo visto la scena prima e non immaginavo un simile scempio. Sì, sono al corrente di cosa è successo laggiù. E no, caro commissario, si sbaglia. La notizia non è uscita, perché è tutto nella norma. Si è trattato solo di una normale richiesta di estrema unzione. Ammetto che lo spettacolo è raccapricciante, ma dobbiamo rispettare i desideri dei fedeli. Manderò gli addetti per dare il giusto seguito alla cosa. Vedrà che ripuliranno tutto.»

«Me ne frego della pulizia. Ora ha il coraggio di dirmi che si è trattato solo di questo? Di estrema unzione?»

Il cardinale fece spallucce e sorrise.

«Proprio così.»

Dintorni di Roma – 5 minuti all’Estrema Unzione

Don Giona entrò nella chiesa abbandonata spazzandosi via la polvere dalle spalle, caduta dal portone sul vestito nero. Assieme ai suoi riecheggiavano i passi dei tre diaconi al suo seguito. L’unica luce entrava dalle vetrate, sollevando il pulviscolo nell’aria immobile di quel luogo abbandonato. Si avvicinarono all’altare dietro cui stava un altro sacerdote in paramenti liturgici. Giona si fermò a pochi metri dai gradini che portavano al presbiterio e annusò l’aria, poi sorrise e si spostò per sedersi nel primo banco, incurante dello spesso strato di polvere che lo ricopriva. I tre diaconi lo guardarono sedersi, ma non si mossero. La sua voce rimbombò improvvisa nel silenzio:

«Ho sempre amato l’odore di pietra umida e di legno che c’è nelle vecchie chiese.»

L’altro prete, con indosso la casula rossa e le mani posate sull’altare, annuì con un debole sorriso. La sua espressione era un misto di sorpresa e curiosità. Forse timore.

«È un profumo che a me ricorda la giustizia di Dio» continuò Don Giona.

«A me la sua misericordia» disse l’altro «siete i benvenuti».

Il prete seduto allargò il sorriso.

«Beh, sono imprescindibili.»

I diaconi parevano impassibili. Uno di loro si avvicinò a Giona, ripulì una parte della panca col berretto e gli si sedette a fianco. Gli bisbigliò qualcosa all’orecchio, ma il sacerdote gli fece cenno di aspettare.

«Il mio buon amico Caio mi fa notare che questa chiesa è stata sconsacrata. Direi almeno dieci anni fa. Forse non dovresti celebrare in un posto del genere, don…?»

«Don Flavio. Ma non stavo celebrando. Sto solamente pregando.»

«Sull’altare? Coi paramenti liturgici?»

«Mi aiuta ad entrare in comunione con Dio» rispose Flavio con un sorriso nervoso.

L’altro annuì. «Dimmi, don Flavio, non mi pare ci sia una comunità qua attorno. Mi sbaglio?»

«Oh, invece c’è. Sono derelitti, persone senza molta speranza. Per questo sono qui. Del resto, Dio è ovunque.»

«Dove due o più sono riuniti nel mio Nome, io sarò con loro.»

«Esatto.»

«Ed è una comunità nutrita?»

«Non direi, no. Poche decine.»

«E dove se ne stanno? Voglio dire: qua attorno è tutto abbandonato. Dove dormono queste povere pecorelle?»

Caio prese a mangiarsi le unghie annoiato, mentre gli altri due diaconi si guardavano attorno come se non avessero mai visto una chiesa.

«Qua e là, in rifugi improvvisati o in altri quartieri.»

Giona annuì di nuovo e si portò in avanti appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Osservò il pavimento e ne rivelò il colore spostando la polvere con un piede.

«Che belle piastre. Non ne fanno più di chiese così. Non amo la roba moderna.»

Si alzò e andò ad accarezzare una colonna. La pietra era butterata dal tempo.

«Lei dove amministra, Don Giona?» chiese Flavio dall’altare.

«Intendi dove dico messa?»

«Sì.»

«Ho altri incarichi. Ma da bambino andavo in una vecchia chiesa. Questa me la ricorda molto.»

Ci furono alcuni istanti di silenzio. Flavio rimaneva in piedi, ora con le mani strette di fronte a sé. Non perdeva di vista nessuno dei quattro uomini appena entrati.

«Come mai, Don Flavio» cominciò Giona voltandosi «indossi i paramenti natalizi in febbraio?»

«Oh, è l’unica tunica che ho trovato in questa vecchia chiesa. Le mie mi sono state rubate. Come le ho detto, qui la gente è disperata, ma io non mi formalizzo.»

«Matteo: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che compie la volontà del Padre”. Bravo, Don Flavio» disse il sacerdote in abito scuro, poi si avvicinò all’altare. «Ce ne vorrebbero di più di preti come te.»

«Grazie, io lo faccio per servire Nostro Signore.»

«Ovviamente», disse Giona fermandosi sull’altro lato del tavolo di pietra. «Nella tua comunità» chiese poi sottovoce «ci sono degli antiuntisti?»

L’altro sacerdote deglutì, poi sorrise.

«Probabilmente sì. Non sono venuti a dirmelo.»

«Giusto. In fondo ce ne sono dappertutto. È solo un modo di pensare, no?»

«Non quello corretto.»

«No, certo. Tuttavia» cominciò Giona girando attorno all’altare «finché rimane un’opinione, non è che un peccato veniale.»

Si fermò di fronte a Flavio e gli sorrise.

«Ma noi ti abbiamo interrotto, vero? Che stavi facendo?»

Il prete nascose il tremore della bocca dietro un sorriso.

«Pregavo.»

«Giusto, pregavi. Perdonaci, Don Flavio. Ora ce ne andiamo» disse Giona.

Poi, rivolto ai diaconi impigriti sotto l’altare, aggiunse a voce più alta:

«Chiedete perdono a Don Flavio per l’intrusione.»

«Perdono, Don Flavio» mormorarono.

Giona sorrise e disse: «La pace sia con te».

Poi si voltò per andarsene.

Città del Vaticano – due giorni dopo l’Estrema Unzione

«Lei potrà anche raccontare le sue cazzate al questore, al suo confessore, a chi le pare, ma non a me. Molti tra quei cadaveri erano atei dichiarati.»

«E con questo?» chiese il cardinale avvicinandosi alla finestra «Non sa che c’è una rilevante porzione della popolazione che, pur non credendo in Dio, desidera l’estrema unzione?»

«Un tempo la Chiesa rispettava la vita. Era una cosa sacra. Dio dà, Dio prende. Ricorda? Ora l’avete tagliato fuori.»

«Certo, una volta era Dio a decidere quand’era giunta la nostra ora, ma adesso che non esiste più la morte naturale, molte delle nostre credenze sono cambiate. O meglio, maturate. Se prima era affidato a Dio il momento del nostro trapasso, ora anche questo è affidato al nostro libero arbitrio. Nostro Signore è vita, è mutamento. Ora il Creatore ci reputa maturi per decidere da soli.»

«Cazzate. Il virus Elisir è stato creato in laboratorio. Dio non c’entra nulla.»

«Dio c’entra sempre, commissario. L’evoluzione è scandita dalla Sua volontà perfetta. E se i cristiani si affidano ai sacerdoti per vedere il loro Padre Celeste quando si sentono pronti, alcuni atei desiderano solo farla finita. È un problema di tutti. Quelli, li ha visti, erano dei disperati. Anche gli atei si rivolgono alla Chiesa per l’estrema unzione.»

«Certo, sennò sequestrate tutto. Per poter lasciare qualcosa ai parenti sono costretti a venire meno ai propri principi. La legge contro il suicidio è la cosa più spregevole che abbiate mai fatto.»

«Questo per il rispetto della vita di cui parlava prima. Il trapasso dev’essere benedetto da un sacramento. La superbia è un peccato capitale.»

Il commissario scosse la testa disgustato.

«E come spiega che questi atei, volendo abbandonare questa vita grama, si siano fatti sparare addosso?»

«Ognuno può scegliere come morire» rispose il prelato con un sorriso. «Lo facevano persino alcuni stati Americani con la pena di morte già un centinaio di anni fa.»

«Intende dire che una ragazza di ventitré anni ha scelto di andarsene facendosi sparare con un fucile nello stomaco?»

«Improbabile, ma possibile, commissario. In punto di morte chissà come ragiona una mente turbata.»

Il commissario digrignò i denti.

«Che bastardo.»

Dintorni di Roma – Estrema Unzione

Giona si fermò e si voltò appoggiandosi all’altare.

«Prima di andarmene però vorrei farti alcune domande. Pura curiosità, ma non mi darei pace se me ne andassi senza chiedere.»

Flavio fece un passo indietro e cominciò a tremare. Aveva il fiato pesante, gli occhi umidi e arrossati dalla paura. La voce di Giona di fece severa.

«Come mai non ci hai chiesto cosa siamo venuti a fare in questo buco dimenticato da Dio, Don Flavio? Inoltre, davvero ci credi tanto stupidi da pensare che qui si radunino decine di persone senza lasciare una sola impronta nella polvere? E come mai un sacerdote cristiano chiama la casula, tonaca. E come fa, questo sacerdote cristiano, a non sapere che a Natale si indossa quella bianca e non quella rossa?»

La mano destra di Giona salì fino al volto di Flavio e dalla canna della pistola esplose un boato che riecheggiò tra le pareti buie. Flavio cadde all’indietro col viso aperto sopra il naso. Il sangue sgorgava impastandosi con la polvere del pavimento.

«A meno che tu non sia Babbo Natale, caro Flavio» disse Don Giona scuotendo il capo.

Caio si alzò in piedi e si rivolse ai compagni:

«Forza, ragazzi. Cominciamo.»

Raggiunse Giona e guardò il corpo a terra.

«Coglione» disse. «Sicuramente ci hanno visto arrivare».

«Probabilmente dal campanile» confermò Giona «altrimenti non mi spiego questa mascherata. Si è messo in ghingheri pur di sembrare un prete» scosse la testa e aggiunse voltandosi: «Siamo attesi. Penso che siano nello scantinato. Io vado a cercare la sentinella sul campanile. Caio, fa’ attenzione che nessuno scappi e cerca dappertutto. Cerchiamo un registro di carta, quindi potrebbero averlo diviso in più parti nascondendolo in posti diversi.»

Arturo si avvicinò a Gregorio e allungò una mano accennando alla borsa che portava. Il ragazzo la posò a terra e l’aprì.

«Passami quello grosso» disse Arturo.

Gregorio gli passò un fucile a pompa, prese per sé una mitraglietta e ne raccolse una seconda. Controllò la sicura e la lanciò a Caio mentre Arturo recuperava il resto della roba.

I tre diaconi si spostarono verso il fondo della chiesa. Con un calcio la porta della sagrestia cadde. La stanza era deserta. Una stretta scala portava al piano sotterraneo. Scesero in fila indiana fino a raggiungere un corridoio buio. Gregorio provò l’interruttore, ma non c’era corrente. Caio accese una torcia e l’accostò alla pistola puntando il fascio di luce davanti a loro.

«Fate attenzione» disse «ci stanno aspettando».

Camminarono piano, poi Arturo mise una mano sulla spalla di Caio e fermò il gruppo. Portò un dito davanti alla bocca e rimasero in ascolto. Qualcuno piangeva. Un pianto sommesso, ma violento.

Caio indicò un passaggio di fianco che si perdeva nell’oscurità. Soffocò la luce della torcia con la mano e proseguirono lentamente. Il pianto veniva soffocato e, ora che erano più vicini, potevano sentire il sibilo leggero di qualcuno che supplicava silenzio.

«Qui» bisbigliò Caio.

Arturo si allontanò di un passo mentre Caio accendeva un bengala. Un colpo di fucile fece saltare la serratura e la porta si spalancò. Caio lanciò il bengala al centro della stanza. La luce rossa e tremula della fiamma mostrò ai diaconi un gruppo di uomini e donne che cominciarono a gridare. Le armi presero a tuonare in modo assordante.

Gregorio vide una bambina con la mano della madre sulla bocca e capì chi stava piangendo. Un secondo dopo erano entrambe stese a terra e il loro sangue si confondeva col riverbero del bengala. Il giovane diacono abbassò il mitra e sentì il diaframma spingere fuori la colazione. Gli spari, le urla, l’odore acre e bruciante del fumo lo frastornavano. Ricordandosi la missione sollevò l’arma e sparò una raffica davanti a sé. Arturo cadde con un rantolo facendo cadere il fucile. A Gregorio si fermò il fiato: gli aveva sparato lui?

Corse avanti, raccolse il bengala e lo avvicinò al compagno. Era a terra con una mano sulla gola che non riusciva a fermare tutto quel sangue.

«Oh Dio perdonami! Cosa ho combinato! Scusami Arturo! Oh Dio, pietà!»

Caio si voltò accorgendosi troppo tardi di ciò che stava accadendo.

Un antiuntista si fece avanti, raccolse il fucile di Arturo, lo sollevò e sparse la testa di Gregorio contro il muro, poi si voltò verso Caio ed entrambi fecero fuoco. Alla fine rimasero solo morte e silenzio.

Don Giona saliva le scale del campanile sentendo il legno scricchiolare. Un baluginio pallido cominciò a rischiarare le pareti mentre l’aria fredda scendeva dalla cima. Arrivato al passaggio verso l’esterno controllò fuori. Uscì con la pistola puntata davanti a sé, e si trovò di fronte un ragazzo con un binocolo al collo. Abbassò l’arma.

«Guai ad utilizzare la tecnologia o ci scopriranno. Ti hanno detto così?»

Quello lo guardava ad occhi spalancati senza dire nulla.

Il rumore degli spari salì fino a loro. Gli occhi del giovane si allargarono e la bocca s’incurvò in un’espressione disperata. Don Giona sorrise.

«È andata così. Sei un antiuntista?»

Il ragazzo rimase muto.

«Puoi dirlo. Tanto non cambierà niente.»

Silenzio. Giona scosse la testa:

«Io l’ho sempre trovato assurdo» disse. «Solo perché gli uomini non muoiono da soli, non significa che le cose possano durare in eterno. È un ragionamento contrario alla logica, non ti pare?»

«Non è la morte il problema» disse il ragazzo con la voce spezzata dal picco d’adrenalina «ma la Chiesa che convince la gente a farsi ammazzare!»

Il prete annuì comprensivo.

«Come ti chiami?»

«Francesco.»

«Signore, il nostro fratello Francesco che riceve nella fede l’unzione da te benedetta, vi trovi sollievo nei suoi dolori e conforto nelle sue sofferenze» poi alzò la pistola e la puntò contro il petto del ragazzo. «Per Cristo Nostro Signore».

Il grilletto si chiuse contro l’impugnatura e il colpo risuonò nel cielo bigio. Il ragazzo gemette e si accasciò a terra. Giona si volse a controllare meglio qualcosa che aveva notato con la coda dell’occhio: a terra c’era un registro cartaceo. Lo raccolse e posò la pistola sul pavimento per sfogliarlo. Era proprio il registro che cercava, con nomi, date e tutto il resto. Lo chiuse e vide, davanti a sé, la mano di Francesco tremante con la sua pistola. Sparò. Il colpo attraversò l’addome di Giona che avvertì la fitta peggiore della sua vita. Si piegò e vide l’espressione del ragazzo spegnersi. Un attimo dopo Francesco era morto.

Don Giona scosse la testa confuso: come aveva fatto il ragazzo ad avere ancora quella forza? Come aveva potuto lasciarsi sparare addosso?

Con uno sforzo doloroso tirò il cadavere per voltarlo. Il binocolo aveva deviato il colpo di qualche centimetro ficcandolo nell’arco aortico.

«Sono stato approssimativo» si rimproverò con un filo di voce.

Raccolse la pistola e il registro e cominciò a scendere le scale tenendo una mano sulla ferita. Barcollò e dovette appoggiarsi al muro. Guardò in basso: i pantaloni e le scarpe erano coperti di rosso.

«Troppo sangue» pensò. «Questa volta è finita».

Infilò una mano in tasca e prese l’accendino dorato di Arturo.

«Benedetta Provvidenza».

Mentre i sensi lo abbandonavano vide le pagine prendere fuoco. Lasciò cadere tutto sulle scale e si sdraiò mentre il respiro si faceva pesante e il sangue gli riempiva la bocca.

«In manus tuas pater… Commendo spiritum…»

Poi tutto divenne nulla.

Città del Vaticano – due giorni dopo l’Estrema Unzione

«Non mi prenda per il culo, eminenza: quelli erano reietti. Non avevano patrimoni o proprietà da lasciare a nessuno. Sono stati ammazzati dai vostri sicari, come succede a chi infastidisce la Chiesa. Questa prassi dell’estrema unzione vi torna utile per eliminare i nemici senza destare scalpore.»

«Queste sono sciocchezze senza alcun fondamento.»

«Davvero? Girano voci che un antiuntista avesse ricevuto un registro da una talpa in Vaticano. Un documento di carta. Qualcosa che non può entrare nella rete. Qualcosa di segreto dove erano segnate tutte quelle benedizioni che elargite a chi non le ha richieste. I miei uomini sono intervenuti per l’incendio del campanile. Era quasi tutto bruciato, ma sul corpo di Flavio Conte abbiamo rinvenuto questo.»

Il commissario trasse dalla tasca un registratore di inizio millennio. Una di quelle vecchie macchinette illegali usate da chi non voleva farsi trovare. Attrezzatura disconnessa. Premette il tasto col triangolo e ne uscì una voce leggermente distorta:

«Fa’ attenzione che nessuno scappi e cerca dappertutto. Cerchiamo un registro di carta, quindi potrebbero averlo diviso in più parti nascondendolo in posti diversi.»

Il sorriso del cardinale si spense e il commissario annuì.

«È stata rilevata della carta bruciata tra i resti del campanile. E ora cosa mi racconta, eminenza?»

«Che lei è un uomo integro e in gamba, commissario. Se solo fossero tutti come lei… »

«Lo sa? Anche un sospetto basta a portare qualcuno a rovistare nell’immondizia. Anche se il questore, il sindaco o l’intero Governo sono corrotti da voi finti moralisti, tra i giornalisti qualcuno parlerà di questa cosa. Allora anche in queste belle sale si sentirà puzza di merda.»

Il commissario raccolse il registratore, lo rimise in tasca e uscì sbattendo la porta.

Qualche istante dopo un prete bussò ed entrò nella sala. Il cardinale sospirò e tornò a sedersi alla scrivania facendo cenno all’uomo di avvicinarsi.

«Problemi, eccellenza?»

«Mmm. Il commissario Leone è un buon cristiano, ma l’eternità spaventa, specie se si conduce una vita a contatto con la sofferenza. Mi ha confidato questo.»

«Capisco.»

Il prete fece per uscire, ma sulla porta si fermò.

«Che ha detto sulla scelta del modo?»

Il cardinale pensò un momento, poi sospirò.

«Ha detto: un colpo di fucile allo stomaco.»

Please Login to comment
  Subscribe  
Notificami