Beh, insomma, alla fine mi ero comprato un mantello. Sì, porpora rossa come quelli delle loro maestà. Sarò sincero: non so quante siano né di chi, ma so che portano mantelli come quello. Mi dava un tono ed era proprio necessario. Nessuno sembra un eroe se non ha un mantello, specie se sei mezzo uomo e mezzo maiale come me.

Per chi non abbia mai letto uno dei miei libri è meglio che mi presenti. C’è stato un tempo in cui ero solo un porcellino, poi, un malvagio stregone mi aveva strappato alla mia cara mamma per trasformarmi in un grottesco meticcio e fare di me il suo servitore. Mi chiamò Blorg e mi tenne segregato nel suo castello. Un giorno morì, lasciando me e il mio compagno, Schifur, in balia del nostro destino. Non fraintendetemi: gli sono molto grato per essere morto. Inoltre, con l’occasione, rubai il suo anello magico e, con un po’ di pratica, anch’io sono diventato un negromante piuttosto bravo.

Ho pochi e vaghi ricordi di quando ero un maialino, ma ora che sono un testadiporco – cioè per metà umano – me ne vado in giro col mio compare Schifur – mezzo uomo e mezza capra – e Mert, il malefico teschio da compagnia che ho fissato sulla cima del mio bastone. Lui è un cranio parlante svuotato di qualunque traccia d’amore per la vita, ma, essendo un non-morto, mi da molti consigli utili. Inoltre decora bene la mia verga da passeggio e assieme a quello splendido mantello, contribuiva a darmi un tono dignitoso. Estremamente dignitoso, se siete del mestiere.

Voglio raccontarvi di quella sera in cui arrancavo nella neve delle colline sopra un ridicolo e minuscolo villaggio di bifolchi. Grandall, si chiamava. Ricordo il nome perché dal momento in cui vi ho messo piede ho provato una strana nostalgia e delle sensazioni famigliari.

Qualche giorno prima era capitato a casa nostra un mercante che ci aveva portato un messaggio dove si implorava aiuto per ritrovare un uomo che tutti credevano fosse stato rapito dalle fate e che aveva lasciato l’anziana madre e una figlia piccola.

In quel momento ero l’unico eroe disponibile nei paraggi e mi era venuta una gran voglia di aumentare la mia fama aiutando quei poveri miserabili. Dopotutto – avevo pensato – che ci vuole a strappare un villano alle fatine?

Così partimmo per quel posticino sperduto e senza futuro.

Appena cominciai a salire verso le colline mi pentii subito della mia decisione. «Portami sulle spalle, Schifur!» gridai spintonando il mio amichetto per sfogare la rabbia.

«Ma porto già il sacco con le provviste e questo coso puzzolente!» mi rispose la capretta rimettendosi in piedi.

Ero più scortese del solito, è vero, ma voi dovete capire il mio fastidio: non ho gambe lunghe. Provate a mettere un maiale in piedi e farlo camminare in mezzo alla neve. Noterete che strascica i coglioni nel ghiaccio per tutto il tempo e la cosa può rendere la passeggiata terribilmente spiacevole. «Ti prego! Ho freddo e non ne posso più!» gridai ancora.

Intervenne Mert, il mio teschio:

«Blorg, smettila di frignare! Siamo quasi arrivati. Li vedi quei bagliori sulla cima?»

Per protesta mi voltai dando la schiena alla collina.

«Oh, sì» bofonchiò lui dal bastone, «molto maturo davvero».

Schifur stava recuperando l’involto che gli avevo affidato e che era caduto nella neve quando l’avevo spinto.

«Schifur! Brutta capra bastarda! Sta’ più attento!»

«Scusami, Blorg.»

«Vuoi che nomini Mert mio portatore di reliquie al posto tuo?» lo minacciai.

«Mettimi un sacco tra i denti e sentirai tutto il peso sulle tue flaccide braccia da maiale» mi ricordò il mio calvo amico. «E ora guarda: il regno delle fate è aperto. Potremmo sentire la loro musica da un momento all’altro».

Sbuffai e mi voltai per proseguire lasciando una scia profonda dietro di me, assieme al confortante pensiero di una lavanda calda alle gonadi.

Quella notte il cielo era pulito e, dalla volta, una luna piena rotonda come la ruota di un carretto riverberava contro la neve. Guardavo avanti senza badare a nulla, nemmeno ai brontolii di Schifur che non faceva che ripetere quanta fatica facesse a portare la borsa e il teschio di quel tipo la cui tomba avevamo profanato nel pomeriggio.

Schifur aveva scavato per tre ore prima che Mert mi ricordasse che, coi miei poteri, avrei potuto semplicemente chiedere allo scheletro di uscire. Colpa mia, ma avevo altro per la testa: non riuscivo a non pensare che io in quel buco di fango e idiozia chiamato Grandall c’ero già stato.

Avevo appena incontrato la bambina e la vecchia che mi avevano mandato il messaggio. Erano la madre e la figlia di un uomo che si chiamava Patros o Potros o chessò io. Erano settimane che non lo vedevano dopo che si era spinto sulle colline per fare legna. Ad un certo punto io avevo accompagnato Schifur a scavare, perché la vecchia era davvero orribile a vedersi. Aveva un grosso grumo di carne sulla fronte, dei capelli che definirli tali era pura stupidità e solo una scarsa manciata di denti ballerini.

«Quello stupido!» diceva «Impegolarsi con le fate è una cosa da idioti!»

In effetti uno non va sulla collina delle fate al crepuscolo a fare legna se non è proprio quello che desidera, non credete? È come accoppiarsi con una succube: può anche essere molto piacevole, ma sai già che è l’ultima volta che lo farai.

«Sarebbe come andare con una succube!» diceva la vecchia.

Che donna volgare.

La bambina era molto più carina. Stava seduta per terra con una pentolina tra le mani e mi guardava con due lacrimoni fissi agli angoli degli occhi. Le avevo dedicato il mio sorriso più rassicurante e le avevo detto:

«Ti porteremo il tuo papà, piccolina.»

La vecchia poi aveva cominciato ad inveire contro il ricordo del figlio e a chiarire che lei, denaro per pagarci, non ne aveva. A quel punto me n’ero andato per guardare Schifur lavorare.

Mert si era raccomandato un sacco, è vero, ma lui spesso esagera. Avevamo trovato, grazie al mio anello, una tomba vicino ad una catapecchia in fondo al villaggio, e avevamo deciso di non cercarne altre. «Una tomba vale l’altra» ci eravamo detti.

Mi ero seduto sul recinto che circondava un porcile e mi ero messo a fischiettare osservando le cornette di Schifur volteggiare dalla buca nel terreno.

Un uomo secco era uscito dalla sua casetta per portare fuori una grossa scrofa. Ci aveva guardato con un’espressione mista di fastidio e vecchiaia. «Per gli dei! Due mostri!» aveva gridato con voce rauca.

«Tranquillo: scaviamo solo una buca, dolce plebeo» avevo detto.

«Parli pure la mia lingua? Sparite, demoni vigliacchi!»

A quel punto anche la scrofa si era messa a grugnire e strillare come il suo padrone. Per fortuna Schifur aveva trovato le ossa. «Quale prendo?» mi aveva chiesto spaventato dalla rabbia dell’ometto.

«Mi serve il cranio» avevo risposto saltando giù dal recinto.

La caprettina aveva avvolto la testaccia polverosa nella federa del suo cuscino e si era arrampicata per uscire dalla fossa.

«Cosa avete preso? Che avete fatto?» gridava il villano alle nostre spalle.

Anni di celebrità mi avevano insegnato a non dare retta alle vuote parole degli ammiratori. Figuriamoci ai legittimi rimproveri degli ostili!

Così avevamo affrettato il passo e ci eravamo allontanati per attendere la notte.

Ma questo era successo nel pomeriggio, mentre io stavo raccontando di quella notte.

Alla fine anch’io vidi i bagliori sulla cima della collina. «Sono bellissimi» sussurrai.

Schifur mi abbracciò e io gli diedi un bacino sul naso moccicoso. Già, che schifo. Questo l’effetto delle luci sulle colline.

«Ascoltate» dissi. «Questa musica lontana. La sentite?»

«Io non sento nulla» disse Schifur «E tu, Mert?»

«Io nemmeno ce le ho le orecchie.»

«Questa musica… »

Sentivo una melodia festosa nei tratti in cui il vento la spingeva oltre ai tronchi degli alberi.

«Dobbiamo andare.» dissi affrettandomi.

Mert mi bloccò urlando: «Ricorda!»

«Che cosa, caloroso amico?»

Mi uscì “caloroso” perché avevo ancora il cavallo dei pantaloni immerso nella neve gelida.

«Patros (o Potros o quello che era) dev’essere stato affascinato dalla musica dei folletti. Se è stato attirato dentro un cerchio delle fate potrebbe ballare per decenni, forse per tutta la sua vita. A me non sembra male, ma forse parlo solo per invidia delle gambe. In ogni caso chiedono che sia riportato al villaggio e non c’è modo di interrompere una ridda delle fate, a meno che non siano loro stesse a deciderlo. E non sia mai che venga fatto loro del male: non esiste sventura più grande. Avresti salvato il tipo per condannarlo ad una fine peggiore. Altro che fama… »

«Io ho un’idea!» esplose Schifur. «Se improvvisiamo delle strofe volgari sulla loro musica, potrebbero fermarsi indignate».

Gli mollai un ceffone e Mert riprese: «Le fate smettono di ballare e i folletti di suonare solo se sono spaventati. E non c’è molto che spaventi le fate».

«Hai detto che hanno paura dei fantasmi» gli ricordai.

«Ci sto arrivando, maiale! Tu, Blorg, lancerai il teschio nel mezzo del cerchio ed evocherai lo spettro.»

«Niente di più facile.»

«Blorg?»

«Sì?»

«Ti sei assicurato di aver preso il teschio di una persona morta in pace?»

Guardai Schifur che stava già tremando. «Ma certo, nobile testone! Come ti viene solo da pensare che io mi sia limitato a prendere il primo teschio trovato per strada?»

Mert sbatacchiò i denti e aggiunse: «Se ti venissero dubbi, non sognarti di tirare me: io sono morto molto male. Molto, molto male. Inoltre è meglio se vi coprite le orecchie o potreste essere stregati dalla musica.»

Ci tenemmo sottovento rispetto al cerchio delle fate, come se fosse stato un gruppo di cinghiali in cerca di ghiande e rimanendo ben acquattati dietro ai cespugli riuscimmo ad avvicinarci abbastanza da vederla: la sfrenata ridda delle fate.

Nulla di umano potrebbe essere tanto gagliardo e vivace. Era tutto un balzare di corpi nudi e baluginanti, talvolta abbracciati o aggrovigliati in modo indecifrabile. Ali diafane e brillanti che si aprivano e si chiudevano, capelli fulvi che volteggiavano qua e là al suono dei violini, dei tamburi e dei flauti di quei piccoli pidocchietti.

Veniva una gran voglia di gettare i vestiti e buttarsi in quel vortice di musica e spregiudicatezza. Tra loro c’era anche un umano adulto dall’espressione idiota e beata.

Io, naturalmente, non mi ero tappato le orecchie come consigliato dal teschio: se era tanto bella, volevo ascoltarla quella musica. Non sono mica stupido!

Ed era tanto bella, ma la mia metà porcina, come ebbe poi modo di supporre qualcuno, mi deve aver protetto dal fascino delle fate. Per Schifur è stato lo stesso, perché aveva tappato le orecchie con le foglie secche che porta con sé come spuntino e, raggiungendo il posto, le aveva mangiate. Che schifo.

Mert sorrideva fissando le orbite su quello spettacolo. «Forza, Blorg! Tira il teschio!» gridò.

Io lo guardai.

«Non me, imbecille!» disse.

Presi il cranio secco dalle mani di Schifur e lo tirai con tutta la forza verso il cerchio dei corpicini danzanti. Il lancio non coprì nemmeno la metà della distanza.

Mert sibilò e io gli feci cenno di non preoccuparsi. Passai il bastone a Schifur, uscii dal mio nascondiglio e andai a riprendere il teschio. Mi avvicinai ancora un po’ e lo tirai nuovamente.

Andò a sbattere contro la testa di un folletto che cadde a terra e prese a massaggiarsi la nuca.

«Ops.»

Il terzo tiro andò bene e la testa di morto finì quasi al centro della ridda.

«Ora evoca lo spettro!» gridò Mert sempre più impaziente.

Sollevai le manine e pronunciai la formula proibita che, per ovvie ragioni, non riporto qui. Il teschio morto si sollevò in aria e una nebbia spettrale si addensò a formare una sorta di corpo umano.

Io tornai di corsa dai miei amici e sentii l’inconfondibile odore della paura di Schifur. È lo stesso odore di quando dimentica aperta la porta della latrina.

Lo spettro si mosse in modo brusco, come per stirarsi, poi urlò: uno strillo agghiacciante che spezzò la musica. Con un movimento improvviso come lo schiocco di una frusta afferrò una fata con una mano e, con un morso, le staccò la testa per poi sputarla a terra.

«Oh no» si limitò a dire Mert a bocca aperta.

Lo spettro intanto schiacciò un folletto con un piede fumoso e il sangue schizzò dalle piccole orbite come marmellata di ribes.

«Questo non va bene!» disse di nuovo il mio teschio, questa volta più allarmato. «Blorg, che cosa hai combinato?»

«Ecco, lo sapevo che ora avresti dato la colpa a…»

«A chi hai chiesto se era morto serenamente?»

«A chi ho chiesto?»

«Blorg!»

«Era un bel tumulo! Curato, con tanto di fiori! Era ovvio che fosse morto in pace coi suoi famigliari!»

«Veramente i fiori erano selvatici» aggiunse l’insopportabile Schifur.

Lo spettro raccolse una fatina, le strappò le ali coi denti e tirò il corpo contro il tronco di un albero lasciando una bella macchia. La ridda era sciolta e i folletti scappavano urlando in ogni direzione. L’uomo che eravamo venuti a salvare dalla beatitudine aveva perso i sensi e si era afflosciato a terra. Delle nubi nere si radunarono in fretta scatenando dei tuoni spaventosi. Il vento cominciò a turbinare nel bosco come un ciclone soffiando tanto forte da coprire ogni suono con il suo ululato.

«Oh maledizione!» mi uscì improvvisamente. E non fu l’unica cosa a uscire. «Che cosa facciamo adesso?»

«È un non-morto, cretino!» urlò Mert per superare la tempesta.

«Come fai a dirlo? Lo conosci?»

«No, tu sei cretino!»

«Ah.»

«Prova a controllarlo!»

Giusto: ero pur sempre un negromante. Pronunciai la proibitissima formula per il controllo, ma quello non mi guardò nemmeno.

«Non funziona!»

«Forse è troppo in collera! È pronto alla dannazione eterna per compiere la sua vendetta!» gridò il teschio.

In realtà avevo sbagliato la formula, ma questo rimanga tra di noi.

Le mie grida però avevano attirato l’attenzione dello spirito che si accorse di noi, strillò e scomparve. Riapparve immediatamente più a valle e lo vidi scendere verso Grandall.

«Quello non è morto in pace» disse Mert sottolineando l’ovvio. «Sta andando al villaggio. Come al solito, il tuo tentativo di aiutare la gente, porterà morte e devastazione».

Un po’ mi sentii rincuorato dal fatto che il fantasma se ne fosse andato, ma quando mi voltai, vidi che i cadaveri delle fate si stavano ritirando su, con occhi rossi fiammeggianti e corpi neri come il male. E io non avevo fatto nulla per risvegliarle.

Mert sospirò. «Dopo un po’ si perde il gusto di ripetere: “l’avevo detto”».

«Blorg?» fece il mio fratellino capride «la prossima volta posso aspettarti a casa?»

«Lo sai che a casa da solo hai paura» dissi io senza staccare gli occhi dalle fate che sembravano sempre meno attraenti.

«Veramente ho più paura quando vengo con te. Scappiamo?»

«Prima prendete il corpo di quel povero imbecille o tutta questa baraonda non sarà servita a nulla.»

«Giusto, Mert. Vai tu.»

Non disse niente, ma sorrise. Come faceva sempre quando facevo una battuta. O quando non ne facevo.

«Va bene, ho capito» dissi, di nuovo padrone della situazione. «Schifur, tu prendigli un piede, io l’altro. Poi corriamo come quando il padrone ci lanciava le fiamme al culo! Pronto?»

La capra gridò “no” e partimmo. Afferrammo entrambi lo stesso piede e ci mettemmo a correre strillando e piangendo verso il villaggio mentre le fate bestemmiavano tutti gli dei e i fulmini colpivano il bosco dietro di noi facendo tremare la terra e schioccare i tronchi.

Ci fermammo a prendere fiato solo vicino alla prima casa del villaggio. Era la stessa del vecchio porcaro che ci aveva preso a male parole nel pomeriggio. L’uomo che avevamo salvato aveva trascinato la testa per tutto il bosco e aveva rami nei capelli, pigne nei vestiti e la bocca piena di neve.

«Bel lavoro, ragazzi» disse Mert col suo gradevole sarcasmo. «L’avete ammazzato.»

«Chissenefrega, io lo rianimo» dissi.

Ma non ci fu bisogno di trasformarlo in un non-morto per fingere d’averlo salvato: era ancora vivo. Stavo prendendo in giro il mio teschio parlante per le sue scarse competenze da guaritore, quando lo strillo dello spettro mi fece voltare. Era dietro di noi, in mezzo alla strada.

Si lanciò contro di noi come una furia. Io mi buttai oltre lo steccato del porcile piangendo come una bambinetta. Atterrai di faccia nel fango merdoso. Mi tirai su, ma non riuscivo a vedere nulla. Sentii l’urlo dello spettro avvicinarsi, poi mescolarsi ad un altro verso stridente. Qualcosa mi sollevò e cominciai a trottare sulla schiena di un grosso maiale: la scrofa di quel pomeriggio mi aveva raccolto sulla groppa. Mi ripulii gli occhi con un lembo del mantello e incitai il grosso porco a proseguire la corsa. Raccolsi al volo un secchio e lo tirai verso lo spettro, ma lo mancai in modo imbarazzante. Allora mi resi conto che non ce l’avrei fatta da solo.

«Schifur!» mi misi a gridare.

La porcella dovette stancarsi, perché mi scaraventò all’interno della baracca e si parò di fronte alla porta, davanti al fantasma. Questo si preparava ad un nuovo attacco, incurante dell’animale tra di noi.

«Schifur, ho un piano! Attiralo lontano da me!» gridai in preda al terrore.

Il mio amico cornuto tirò una pietra e colpì il teschio sospeso, unica parte tangibile del fantasma. Questo strillò e si lanciò contro la capra che mi gridò:

«Fatto, Blorg! E ora? Qual è il tuo piano?»

«Era questo: allontanarlo da me. Ottimo lavoro!»

«Sei consapevole, brutto maiale deficiente» mi sussurrò Mert tra i denti «che se Schifur muore poi dovrai portarti la sacca delle provviste da solo?»

Solo in quel momento mi resi conto della reale gravità della situazione. Uscii all’aperto ignorando i versi della scrofa e vidi lo spettro che si allungava verso il mio amico capretta che era a terra tremante.

Mi guardai attorno in cerca di un’idea e vidi la forca per il fieno. L’afferrai e mi avventai impavido sullo spirito, ma, appena questo sentì che mi avvicinavo, si voltò e mi guardò malissimo. Mi spaventai tanto che lasciai cadere la forca e mi buttai a terra. Il fantasma mi raggiunse e aprì la bocca strillando. Allungò le mani spettrali su di me e…

Una delle punte della forca gli trapassò il cranio interrompendo le sue grida e costringendolo a dissiparsi come la nuvoletta di fumo di una pipa. L’uomo che avevo salvato, Patros o Potros, si era ripreso abbastanza da conficcare quell’arnese nel nostro nemico. Mi guardò e cadde di nuovo a terra esausto.

Ci volle un po’ per riprendermi e ancora di più per risvegliare l’uomo svenuto. La vecchiaccia aveva preparato una schifosa zuppa di cavolo per festeggiare il ritorno del figlio. Quella sarebbe stata la nostra unica ricompensa, ma, per me, l’importante era essere noto come un famoso eroe anche da quelle parti.

Prima di riabbracciare il povero uomo mezzo morto, sua madre gli gridò: «Svestiti se vuoi entrare! Sei lurido come il maiale del vicino!»

Poi, quando entrò nudo come un verme e con le mani sul pudendo, gli diede una mestolata sulla testa e disse: «Bell’idea fare legna sulla cima della collina. Dissoluto deficiente!»

L’uomo chinò il capo e andò verso la sua stanza per vestirsi. Davanti alla porta trovò la sua piccolina che si mise ad osservarlo muta. Gli fece cenno di chinarsi, lo annusò e lo guardò negli occhi. «Sei tu, papà?» chiese.

Lui sorrise, lei ricambiò e si abbracciarono.

«Se l’hanno scambiato con un folletto» fece la nonna tornando a mescolare la sbobba «speriamo che ci abbiano dato qualcuno di più assennato.»

Mert mi bisbigliò: «Forse è il momento di dare la cattiva notizia.»

«Di che parli, pelatone?»

«Devono sgomberare questo posto.»

«Ah, giusto! Intendi perché le fate sono state turbate dal nostro intervento?»

«Alla faccia dell’eufemismo.»

«E va bene» dissi, poi mi avvicinai alla vecchia e declamai con tutta la mia serietà: «Voi e tutti gli altri abitanti dovrete andarvene entro il prossimo tramonto. Questo luogo è destinato alle tenebre.»

Infatti la cima della collina era immersa nell’oscurità più profonda e, quando il vento lo portava a noi, si sentiva il crepitio di un immenso incendio. Il piccolo popolo non muore, ma può essere corrotto quando viene a contatto con il male, perciò…

La donna indicò una sedia e rispose:

«Tanto questo posto fa schifo. Mettetevi a tavola, poi andrò ad avvisare il capo villaggio.»

Dopo cena ci salutammo e la bambina mi abbracciò: le avevo ridato suo padre.

Salendo sul carro per il ritorno pensavo all’amore dei figli per i genitori e al ricordo di mia madre. Grandall, quel minuscolo villaggio di bifolchi, mi dava ancora la sensazione di esserci già stato.

Mentre il carro guidato dalla capra dondolava passando sui ciottoli della strada, vidi la grossa scrofa che mi aveva salvato spingere il muso tra le assi dello steccato per guardarmi andare via. Alzai una mano in segno di saluto e, sarà stato il momento, il trambusto di quella notte; sarà stata un po’ di solitudine al vago ricordo di quando ero solo un porcellino, ma mi sembrò di vedere qualcosa nelle scure profondità di quello sguardo porcino. Una dolce malinconia che si perdeva in quei piccoli e umidi occhi neri.

La osservai sparire dietro una curva e sussurrai tra me e me:

«Mamma, sei proprio tu?»

«Blorg» disse Mert a bassa voce «quel maiale è un maschio».

Così chiesi a Schifur di cantarmi una ninna nanna e mi sdraiai sulle assi del carretto per schiacciare un bel pisolino. Un’altra bella avventura era terminata bene.

FINE

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